Il lillà (syringa vulgaris), il languido fiore citato da D’Annunzio nei suoi romanzi, è una pianta piuttosto semplice, di poche esigenze. Si trova bene con gli ortaggi.

 

 

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Che cosa non si è disposti a sopportare per l’effimera bellezza di un fiore, per una settimana di fioritura all’anno. Si è disposti ad accettare la presenza di una pianta che per di se stessa bella non è e che ha l’aria di essere proprio in funzione del fiore che porterà nel breve spazio di una certa stagione, oggetto di indifferenza per il resto: pensiamo con quale animo guardiamo, durante l’anno, la pianta del glicine, le spade degli iris, l’arbusto del lillà, in funzione del loro essere dei portafiori. Ma per quella settimana di fiori e di profumi del lillà, per quella fioritura che quando non è di un singolo esemplare ma di un folto assiepamento di arbusti rappresenta una vaghezza da giardino incantato, segno che ritorna dalla memoria di un paradiso perduto, che cosa non si darebbe?

Indulgenza, pazienza e D’Annunzio. Ed è qui che si misura l’animo dell’amante del giardino, in questa indulgenza e pazienza nonostante l’arbusto che poi rimane, dalle foglie senza trasparenza, con i grappoletti secchi come i graspi usciti dal torchio. Non è il caso, mentre si assapora la fragranza del lillà annidata in quei racemi aerei di colore rosa-turchino di richiamarsi a una esperienza di tipo positivistico, alla maniera dello scapigliato.  È più consona invece, alla natura del lillà (chiamato anche serenella) la sensibilità di D’Annunzio, letterato di cui si parlerà e scriverà molto molto nel corso di questo 2018 a 80 anni dalla sua morte. Per quanto riguarda la botanica, D’Annunzio rivela versanti contraddittori, tali da destare non poche curiosità.  Da un lato egli compone un poema – Alcyone – definito poema vegetale, dove la nomenclatura botanica dimostra una erudizione  notevole: il poeta nomina con sicura precisione il cipero, l’asfodelo e l’ebbio, e numerose altre specie della flora toscana. Ma tale erudizione è risultata sospetta a un illustro studioso del D’Annunzio che è riuscito a dimostrarne la infondatezza avendo il poeta saccheggiato un noto dizionario botanico della flora toscana dell’800. Accanto a questo aspetto è presente nella vasta produzione dell’artista un paesaggio popolato di ulivi, cipressi, olmi, oleandri, lillà, che denotano certamente una conoscenza media della vegetazione, ma sopratutto una sensibilità ricca, di natura misticheggiante, là dove il D’Annunzio insegue la presenza dolce e sensuale, inquieta di effimera liricità dei fiori del lillà. 

 

Il lillà. Syringa vulgaris è comunemente conosciuta come lillà. Il colore di s. vulgaris è il tipico lillà; esistono varietà coltivate a fiori bianchi, rosa e anche giallo crema. Si adatta a tutti i terreni,  ma preferisce terre di giardino piuttosto pesanti. Vuole stare in posizione soleggiata. Il nome botanico della pianta è Syringa vulgaris, della famiglia delle Oleaceae, ed è una delle poche specie a godere di un nome volgare suo proprio che non sia l’italianizzazione del nome latino. Fiorisce in primavera. È un arbusto la cui altezza può raggiungere fino a sette metri, con rami diritti e rami leggermente inclinati.

Nel giardino o nell’orto. È preferibile disporre più esemplari di lillà nel giardino o nell’orto dove si mescolerà piacevolmente con gli ortaggi, formando nel periodo della fioritura una macchia colorata. Si adatta a tutti i terreni anche se preferisce terre di giardino piuttosto pesanti, con una discreta dose di umidità e vuole posizione soleggiata. È consigliabile la concimazione con letame in primavera. Dopo fioritura i racemi appassiti vanno rimossi. Se si desidera avere una pianta di lillà sul terrazzo la si può collocare in un grande vaso avendo cura di tenerla potata.

 

 

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