Un saluto a tutti,

ignorare le criptovalute oggi è equiparabile a quello che è stato ignorare Internet nel 1993, quando la tecnologia alla base del World Wide Web fu resa pubblica?

Sarebbe così secondo il giudizio di Benedict Evans, partner di A16Z (Andreessen Horowitz) che è una delle società di Venture Capital più grosse al mondo con 4 miliardi di dollari di investimenti e fondata nel 2009 da Marc Andreessen e Ben Horowitz. Secondo lui è fuorviante concentrarsi sugli insuccessi e sulle operazioni che si sono rivelate delle truffe, in un settore in forte crescita come quello delle criptovalute , al pari di come fu del tutto sbagliato concentrarsi sui primi progetti fallimentari di Internet. Infatti al pari di qualsiasi altra tecnologia o mercato emergente, l’ecosistema delle criptovalute ha accumulato negli ultimi anni un gran numero di fallimenti, tra progetti naufragati e truffe.

Di qui il paragone, che alla luce degli sviluppi che fino ad oggi ha avuto Internet, porterebbe le criptovalute a un livello di successo ancora tutto da scoprire e dalle prospettive inimmaginabili proprio come la crescita esponenziale che ha avuto il World Wide Web negli anni successivi al suo lancio. Questa la dichiarazione di Benedict Evans in un suo Tweet:

Crypto today has a lot in common with both the internet in 1993 and the internet in 1999. Huge potential with few of the use cases invented yet, combined with froth, scams and delusion. This makes it easier to dismiss (“useless AND a scam!”). […] But dismissing crypto as a useless scam is much like looking at Usenet, Cuecat and Boo .com and dismissing the internet. It mistakes applications for the enabling layer.

In pratica bollare le criptovalute come inutili basandosi solo sugli insuccessi significherebbe che Internet si sarebbe dovuto fermare dopo i primi fallimentari progetti, cosa che invece non è avvenuta in quanto siamo tutti qui a utilizzarlo per i motivi più disparati, senza considerare che nel corso di questi 25 anni ha creato milioni di posti di lavoro e consentito l’accesso a una miriade di cose che prima erano inaccessibili per gran parte della popolazione mondiale.

Anche Ben Horowitz  in persona, il cofondatore della  “Andreessen Horowitz”, è intervenuto sull’argomento sottolineando come nelle fasi iniziali dello sviluppo e del lancio di una nuova tecnologia, è molto difficile valutarne il potenziale; questo produrrebbe dei dubbi sull’effettiva validità e praticità della stessa ponendola in una condizione di inferiorità rispetto alle tecnologie esistenti e quindi finendo per essere catalogata come una truffa o una cosa inutile.

Un esempio  molto calzante è quello delle fotocamere digitali che furono considerate inutili da Kodak e quindi non sviluppate seguendone la tecnologia. Il marchio, che all’epoca rivestiva una posizione quasi dominante, pensava che altri avrebbero seguito il suo esempio e quindi cercò di preservare la sua dominance sul mercato impedendone lo sviluppo. Fu una scelta che molti definiscono totalmente sbagliata al punto che gli attribuiscono il declino dello storico marchio Kodak.

Adesso il paragone con Bitcoin è abbastanza scontato: inutile perché lento e complicato da utilizzare dalla persona comune, così come  un tempo fu bollata come inutile la tecnologia alla base delle moderne fotocamere digitali perché produceva immagini a bassa risoluzione e scarsa qualità per di più con un sensore digitale dal costo giudicato spropositato.

Le criptovalute dunque sono considerate inutili? Fu lo stesso per internet nel lontano 1993, del quale non si comprendeva bene l’utilità e la platea a cui fosse rivolto; non c’erano ragionevoli motivazioni per immaginare un suo utilizzo. Eppure proprio chi ha creduto nel suo sviluppo ha realizzato profitti di svariati miliardi di dollari, come ad esempio Amazon mentre chi lo ha prematuramente considerato una bolla su cui lucrare, ha raccolto solo le briciole.

Il problema principale risiede nella propensione degli investitori nel riconoscere l’utilità della nuova tecnologia oppure nel volerne sfruttare solo la “bolla” iniziale. Infatti spesso gli investitori che si approcciano prettamente ai nuovi progetti, lo fanno per lucrare sulla bolla e non per un reale interesse per il progetto in se; questo discorso vale sia per gli investitori privati che per gli Hedge Fund o le società Venture Capital.

Se è vero che questo gli garantisce un ritorno immediato e li tiene al riparo da progetti che magari una volta raggiunto un picco di quotazione si dimostrano fallimentari, è altrettanto vero che li esclude da profitti potenzialmente molto più elevati in quanto tra tanti progetti mediocri, si nascondono dei veri e propri progetti di successo. Lo è stato per Internet (prima citavo per l’appunto Amazon) e lo sarà quasi sicuramente anche per le criptovalute.

A tal proposito, Evans sottolinea come nel 1993 internet partisse praticamente da zero e non avesse ancora mostrato le proprie capacità, mentre le criptovalute hanno già mostrato come in diversi casi superino in efficienza e convenienza i sistemi tradizionali. Basti pensare al clamoroso trasferimento di 194 Milioni di Dollari in Bitcoin (29,999 BTC al momento del trasferimento) spostati al costo commissionale di solo 0.1 Dollari, cosa pressoché impensabile utilizzando i sistemi bancari tradizionali che nel migliore dei casi avrebbero richiesto delle commissioni di almeno 10,000 Dollari. Si potrebbe obiettare che per chi possiede quasi 200 Milioni di Dollari una commissione di 10 Mila non incida molto, ma è anche vero che se queste operazioni fossero continue e ripetute, le commissioni comincerebbero a pesare parecchio.

Concludendo, chi cercherà il guadagno immediato potrebbe poi dover fare i conti con il rimorso di aver venduto troppo presto senza credere nel potenziale delle criptovalute proprio come fu 25 anni fa nel caso della bolla di Internet. Volete rischiare di perdere il treno… o crederci?

Un saluto, Carlo.

 

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Fonte: cryptonomist.ch , ccn.com

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